
E’ cosa nota, anzi, ormai luogo comune citare la grande assente di questi ultimi mesi: l’estate! Tuttavia, qualche sprazzo di meteo benevolo c’è stato, come pure qualche mezza giornata colorata dal sole e…insomma, non tutto andava a rotoli, bastava ingegnarsi un po’ …e affidarsi alla sorte!
Ecco, allora, il gran colpo di fortuna di una domenica costernata dalle nuvole, ma non imbibita di pioggia. Via,via, prima che cambi, approfittiamo e andiamo! Destinazione: su pa mont. Voglia irresistibile di respirare aria fina e salubre. Dentro, il ridondante pensiero che non si può far passare una intera estate senza essersi regalati almeno una “escursione – come – si – deve”, di quelle con tanto di guida, pranzo al sacco, ore e ore di cammino e faticona (relativa, certo, e rapportata all’allenamento della sottoscritta, paragonabile a quello del soldatino di stagno del Mago di Oz!!!). Detta così, la prospettata gita suona un po’ come una sorta di atto dovuto, una di quelle cose che una volta all’anno devi fare e basta…una specie di pellegrinaggio secolare, se vogliamo.
Di secolare, a dire il vero e a ben guardare, ce ne sarebbe poco. Salire, o tendere verso il sacro. Salire mettendo un passo davanti all’altro, come grani di un rosario, con umiltà e sforzo fisico, con il cervello acceso e vigile, che sonda il tragitto e decide dove il piede puo’ appoggiarsi e dove, invece, scivola nell’errore, nel..peccato.
Salire e cercare di mettere noi stessi alla prova, di vedere se possiamo andare un po’ oltre la stima che avevamo fatto delle nostre energie, se abbiamo ancora margine per crescere, per migliorare. Anzi, abbandoniamo pure il logoro e sorpassato concetto di miglioramento inteso come progresso in senso lineare; consideriamoci, invece, dotati di un recondito lago sotterraneo, nutrito dalle nostre potenzialità inespresse e dalle naturali inclinazioni personali.
Avanzando lungo il sentiero che sale e si inerpica, ci chiediamo se questo nostro sforzo riesce ad attingere anche alle ricche acque di quel lago misterioso. Il terreno sotto le nostre pedule ci asseconda; è dolce, si lascia calpestare, quasi a favorirci nella nostra piccola e modesta intrapresa. Non sto, infatti, accennando ad avventure eroiche ed estreme stile Himalaya, bensì al significato simbolico che un tracciato di livello poco più che turistico possa portare con sé.
E’ ora di inquadrare geograficamente la destinazione: da Malborghetto si imbocca in auto una stradina che sale decisa per un po’ di tornanti fino ad arrivare ad un comodo ed ampio parcheggio a fondo inghiaiato. Da lì si saluta l’auto e ci si affida ai propri talloni, caviglie, polpacci e restante carrozzeria che il Buon Dio abbia voluto donarci. A completamento della bardatura, ecco gli irrinunciabili bastoncini da trekking (quelli da quattro soldi da supermercato vanno benissimo e si intonano perfettamente – in quanto uguali! – a quanto in dotazione ai compagni di escursione, i quali, evidentemente, si sono rivolti al medesimo, arcinoto grande magazzino!), lo zaino con il …necessario per non morir di freddo e di stenti e resistere a qualche attacco aereo (e al trucco che cola!) e, infine, amenicoli tecnologici vari per non rimanere out.
Primo, felice incontro: il nuovo rifugio Nordio. Bello, grande, profuma di legno e di torte fatte in casa. Comodo e confortevole, invita ad una sosta che prepari l’occhio all’incontro con Sua Maestà il Bosco. Ricordo ancora il Nordio senior, distrutto dall’alluvione iracondo dei primi anni Duemila. Questo, più giovane e pimpante, sorge a quota millequattrocento metri circa, nella cosiddetta Alta Val Uqua, dal nome dell’omonimo rio. Abbiamo grosso modo una mezz’oretta di cammino alle spalle e qualcuno si sente già giustificato nel tirar fuori il primo paninetto con la marmellata, non tanto per il minimo sforzo fino ad ora fatto, quanto in previsione della imminente bella camminatona e di una sicura e prossima necessità di carboidrati e calorie per tenere i motori biologici accesi ai giusti giri. Infatti, dopo la sosta ristoratrice, si riparte decisi e compatti. Il gruppo conta una ventina abbondante di persone, tutte desiderose e ben motivate ad arrivare alla destinazione promessa: il Monte Osternig
Era ora di nominare la meta, vero? Oppure avrei potuto temporeggiare ancora un po’? Avrei rischiato, tacendo, di far calare l’attenzione di chi sta scorrendo queste parole o, forse, di accrescerla? In verità la questione è un’altra: ogni viaggio val la pena di esser raccontato e ascoltato in quanto…Viaggio, nel suo svolgersi tra avventure, intoppi, momenti di fortuna, altri di incertezza. Tutto il resto, meta finale compresa, avrebbe ben poco sapore senza aver potuto conoscere le emozioni e la condivisione che accompagnano il cammino.
Osternig, salute! Le emozioni che susciti sono davvero tante e affiorano ancor prima di camminarti sulla punta. Una per tutte è la serie di esclamazioni di piacere che spontaneamente sgorgano dalle nostre bocche di consumisti prestati alla montagna: appena usciti dal bosco – ora la quota si aggira sui 1600 m – veniamo avvolti da una grande immagine bucolica alla “Heidi”. Davanti a noi si apre una ampia distesa a prato, costellata da ordinate e linde casette in legno e muchemucchemucche che interrompono, con la loro sagoma, il netto profilo del crinale. Più in là una chiesetta, più in alto la cima. Per ora, però, è sufficiente quel che ci circonda. Fermiamoci a riposare e ammirare. Alla vetta penseremo poi, dopo aver cercato di assorbire con gli occhi quella cartolina ambientale così pulita e incontaminata da sembrare un angolo di paradiso. Qui regnano la salute e una pace ridente, vivificata da un tratto di montagna che pare ancora stagionalmente popolato da bestiame e da qualche cristiano (in senso lato).
Eppure …ci si sente addosso un nuovo vigore, la tentazione di andare oltre è forte. Si dovrà passare attraverso una fitta macchia di pino mugo ma oramai il processo si è innescato e la tensione per la vetta ha la meglio su molti di noi.